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''Il respiro del cane''. Intervista a Vauro Senesi
domenica 18 marzo 2012 13:37

Curioso, ironico, lucido interprete della nostra contemporaneità fin nei suoi recessi più profondi e impresentabili, Vauro si divide fra satira e prosa, fra disegno e scrittura, innalzando ambedue al rango di partecipi e vibranti testimonianze di una coscienza ad un tempo combattiva e compassionevole. Lo incontriamo al termine della presentazione del suo ultimo romanzo, "IL RESPIRO DEL CANE" (Edizioni Piemme, 2011), tenutasi domenica 11 marzo all'Auditorium Parco della Musica di Roma nell'ambito della manifestazione Libri come.

Intervista di Orlando Trichi, PrismaNews

PrismaNews: A proposito del suo ultimo libro, Il respiro del cane, ha affermato: «Se la vita potesse stare in un libro. la mia sarebbe qui dentro»…

Vauro: “«Se la vita potesse...», ma la vita non ci può stare, in un libro, perché è qualcosa in continua trasformazione, in continuo movimento, altrimenti non è vita. Ed è quello che scopre il protagonista del libro, che somiglia in parte a me ed in parte ad altri, i quali, essendoci io entrato in relazione, hanno un loro movimento nella mia memoria, una loro libertà, un loro campo d'azione. Credo che la vita di ciascuno sia fatta dalle relazioni umane che esso è capace di vivere, non solo di avere”.

Lei ha dichiarato di sentirsi «un bambino, che si rifiuta di crescere e non vuole cambiare il suo sguardo sul mondo». Crede che questo sia il modo più obiettivo per scrutare il mondo?

“Io penso di sì: penso che lo sguardo del bambino non sia affatto innocente, ma anzi fortemente critico, in quanto il bambino, scoprendo la realtà in cui si sta muovendo, è naturalmente molto attento. Ha paura, e nello stesso tempo prova l'entusiasmo della scoperta. Tutto questo forma la sua curiosità. Senza curiosità, senza una curiosità scevra, libera da sovrastrutture o da verità preconfezionate, non è possibile cogliere niente della realtà, per cui in tal senso ambisco a mantenere lo sguardo di un bambino. Anche per l'inopportunità, perché i bambini, al di là di quelli delle pubblicità televisive, sono inopportuni, non hanno il senso dell'opportunità. Un'inopportunità che dovrebbe essere sempre preservata, perché il passo fra il senso dell'opportunità e l'opportunismo, in generale ma in questo Paese in particolare, è un passo brevissimo. Preferisco il rischio di restare inopportuno a quello di diventare opportunista”.

Lei scrive che «quando l'orrore si ripete all'infinito diviene insignificante». Secondo lei è possibile che questa forma di atrofizzazione percettiva nei confronti dell'orrore possa invertirsi?

“Non solo credo che sia possibile, ma che non possa non avvenire. Ci sono due modi di percepire l'orrore, in riferimento alla guerra: quello di chi le guerre le fa (o di chi sta dalla parte, anche semplicemente geografica, non per forza partecipativa, di chi le guerre le fa, e poi può chiamarle come gli pare) e quello di chi invece le guerre le subisce. Sono due percezioni molto diverse. Il fatto che l'orrore, per chi le guerre le subisce, possa diventare insignificante, perché invasivo della realtà che queste persone sono costrette a vivere, di per sé non significa che ne determini un'assuefazione. Tutt'altro: è più facile che l'assuefazione venga a noi, come infatti è avvenuto. La capacità d'indignarsi che gli individui di questa nostra stessa società avevano contro la guerra soltanto dieci anni fa sembra molto diluita, molto scemata. Le notizie delle stragi quotidiane che arrivano dall'Iraq, dall'Afghanistan, dalla Palestina passano sopra le nostre coscienze senza nemmeno creare una minima incrinatura, un increspamento. Questa è un'assuefazione, un'assuefazione che penso che non dobbiamo e che non possiamo permetterci”.

Pacifismo e politica oggi…

“Io ne sono convinto (e ne ho esperienza, non è solo un afflato ottimista) che persone di pace in questo Paese ce ne siano ancora moltissime, forse, più o meno consapevolmente che siano addirittura la maggioranza. Questa istanza di pace non trova tuttavia alcuno sbocco nella politica, alcuna sponda, perché la politica ne è l'opposto. Anche le scelte di questo governo lo dimostrano. Stiamo comprando, se non più centotrentacinque, credo centoventi, centoventicinque cacciabombardieri F-35: oggetti ad altissima tecnologia e altissimo costo pensati, costruiti e concepiti all'unico scopo di uccidere. Non hanno altri scopi o altre finalità. Se questa classe politica, se questa classe economica (in quanto dietro ci sono gli interessi delle multinazionali) continua ad optare per questi criteri, facendoci credere o tentando di farci credere che siano scelte necessarie, sono convinto che non ci sia niente da spartire con questi signori, proprio perché la pace è un valore talmente fondante da non essere trattabile né sul piano del suk della politica né di quello della finanza”.


"Il respiro del cane" : vai alla scheda del libro sul sito della casa editrice

Fonte: Prisma news, 13 marzo 2012