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''Storia di una professoressa'' di Vauro Senesi [Piemme, 2013] - Leggi il prologo del romanzo
giovedì 19 dicembre 2013 16:49

"Storia di una professoressa"
di Vauro Senesi - Edizioni Piemme
In libreria dal 12 novembre 2013


PROLOGO
UN PUNTOLINO NELLA NEVE


La neve non era bianca. Era sporca come l'aria. Eppure sembrava che riuscisse ugualmente a inghiottire i rumori. Un silenzio torbido e pesante stagnava nella piattezza di un paesaggio privo di dimensioni, attraversato solo dalla cicatrice in rilievo della ferrovia. Un lungo treno merci sostava sul binario. Un soldato imbacuccato in un grosso cappotto grigio spinse il portello di uno dei vagoni, che scivolò senza sferragliare sui cardini e si spalancò sul buio. Lo sguardo di Ester ci sprofondò dentro finché, sporche come la neve, sporche come l'aria, apparvero facce a popolare fittamente l'oscurità. Visi smarriti, scavati, stanchi, tramortiti da quella luce improvvisa. Resi quasi identici da un'identica paura. Ester provò l'impulso di aggrapparsi a uno di quei volti, di sceglierlo e adottarlo, sottraendolo così all'uniformità del terrore. Non ne ebbe il tempo. Altri soldati si aggiunsero al primo per strappare dal vagone quel carico di merce umana. Colpivano con il calcio dei fucili chi si attardava inebetito. E gridavano. Parole dure come latrati. Ma Ester non le sen tiva, quasi che il silenzio della neve riuscisse ad assorbirle. Le grida dei soldati erano solo nuvolette di vapore, grigie come i loro cappotti. Espulsi nel nulla dalle viscere del vagone, uomini, donne, vecchi e bambini parevano crollare l'uno sull'altro a formare un informe mucchio di stracci, compatto e disordinato. Di tanto in tanto, sguardi dilatati e spenti emergevano per riaffondare subito dopo, inghiottiti dalla stessa massa da cui erano emersi. Come bolle di fango nella melma di una palude. Il vagone sembrava non svuotarsi mai. Dalla sua bocca spalancata continuava a rigurgitare figure fuse tra loro. Una bava densa. Che, invece di aumentare il volume della massa sottostante, sortiva l'effetto contrario. La restringeva. Quasi che il fluido fuoriuscito si coagulasse immediatamente, agglutinandosi sempre più su se stesso. Ester se ne sentiva immersa, compressa, immobilizzata. Eppure, in quella immobilità soffocata, provava a sorpresa un senso di protezione. L'annullamento di sé diventava l'annullamento del luogo e del tempo. Rendeva l'uno irraggiungibile e l'altro impercorribile. Ma il tempo irruppe implacabile e assunse la forma del vapore delle grida dei soldati. E poi quella dei calci, delle spinte, degli strappi, dei colpi. Stanati a forza, i volti ripresero i loro contorni. E con loro le braccia, le gambe, i corpi districati con violenza l'uno dall'altro.
Ester ebbe il tempo di rivedere per un momento la bocca del vagone ora vuota. Ultimo misero residuo del suo carico, un braccio umano, magro e pallido, penzolava inerte dal fondo come se stesse colando giù. Adesso il grumo si era sciolto in un rivolo di schiene. Schiene ricurve che di segnavano una lunga scia scura nella neve. Ai suoi margini, i soldati intabarrati nei pastrani ne incanalavano il lento flusso. La rabbia si era già dissolta in indifferenza, forse in noia. I loro visi nascosti dall'acciaio degli elmetti. I visi degli altri tramontati dietro l'orizzonte delle schiene abbassate. Come le voci e i rumori, sembrava che anche quella scia dovesse essere via via assorbita dalla neve. Gli occhi di Ester vi si perdevano, insieme alla cognizione di dove si trovasse. Se al suo interno, trascinata dalla corrente triste e rassegnata di quel corteo, o se altrove, destinata a perderla di vista, a venirne esclusa. Tralicci di ferro contorto, con lunghi e fitti rami di filo spinato, sorsero improvvisi a imporre un confine netto e definitivo alla dissolvenza della scena. Le sagome alte e nere delle torrette di guardia si aggiunsero a sovrastarli, sancendo la linea di non ritorno. A Ester apparvero da una lunga distanza. Lontana e sempre più indistinta era la colonna che un po' alla volta varcava quel confine, scomparendo. Poi, a un tratto, proprio dalla coda del gruppo si staccò una piccola figura. Un bambino. Un puntino scuro che si allontanava correndo dal grosso della macchia umana, a malapena distinguibile nel biancore opaco della neve. Scorgendolo Ester trasalì e trattenne il respiro. Uno dei soldati, impacciato dal cappotto e dalle armi, prese a inseguire il piccolo con movimenti goffi, incespicando nella neve. Anche le gambe di Ester parevano sprofondare nella neve, tanto le si erano fatte pesanti. Avrebbe voluto fuggire come il bambino, con il bambino, ma non poteva. Il soldato si stufò di arrancare. Si fermò e alzò il fucile. Uno sbuffo di fumo silenzioso come le parole di va pore fuoriuscì dalla canna puntata. La corsa del bambino si interruppe, trasformandolo in una piccola chiazza scura immobile sulla neve. Sporca.
«Beccato!»
La stridula esclamazione colpì Ester alle spalle, a tradimento. Seguì un risolino mezzo soffocato ma rumoroso come una raffica di mitra. Ester si voltò di scatto. Con ancora il riflesso della neve negli occhi e il nodo di lacrime trattenute a stento, non riusciva a mettere a fuoco lo sguardo nella sala semibuia, illuminata soltanto dal fascio di luce del proiettore. Si alzò e si sforzò di vedere. Volti di ragazzini e ragazzine seduti uno accanto all'altro si delinearono piano piano. Li passò in rassegna e si fermò su uno, scovato poche file di poltrone dietro la sua. Un visetto liscio, leggermente paffuto come quello di un bambino ma con i tratti già adolescenti. Mentre Ester gli si avvicinava con passi resi determinati dalla rabbia che le stava montando dentro, quello si girò a guardarla. Ma solo per un attimo. Poi si mise a fissare lo schermo ostentando indifferenza.
«Ehi tu, senti un po'» gli disse quando gli fu vicino. Il ragazzo era al quinto posto della fila di poltrone. Si voltarono tutti verso Ester eccetto lui, che continuava imperterrito a guardare lo schermo.
«Allora?» insistette lei alzando un po' il tono della voce. I ragazzi cominciarono a ridacchiare. Tra quelle risatine Ester riconobbe subito quella che l'aveva colpita alle spalle poco prima. E la sua rabbia aumentò ancora.
«Alzati ed esci immediatamente dalla fila!»
«Che dice a me, prof?» Finalmente il ragazzo si era voltato e ora la guardava con aria forzatamente stupita.
«Sì, dico a te. Vieni subito qui» sbottò Ester.
«A prof, ma sto a vede' il film...»
«Vieni qui, ti ho detto.»
«Via, prof, sto ad aspetta' la scena de sesso.»
A quella battuta le risatine si trasformarono in risate piene. Facendosi largo a fatica tra le gambe dei ragazzi e delle ragazze sedute, Ester lo raggiunse, lo afferrò per un braccio e lo costrinse a seguirla. Ora lo aveva davanti. Con quella faccia da bambino, il ragazzo era tre dita più alto di lei. Adesso la stava fissando con sufficienza. Ogni tanto il suo sguardo si spostava obliquo verso i compagni rimasti seduti. Non voleva sfigurare davanti a loro.
«Embe'? Eccomi qua. Ora si può sapere che vuole?» Le si rivolse con il tono che si riserva a uno scocciatore. Ester si sforzò di contenere la rabbia e di dare alla propria voce un timbro freddamente autoritario.
«Voglio che tu esca subito da questa sala.»
«A prof, e nun se incazzi. Prima stavo a scherza'. E poi 'sti film sull'Olocausto... du' palle!»
«Fuori, ti ho detto!»
Il ragazzo diede un'altra occhiata ai compagni e poi con fare risentito ribatté: «Senta, mica me può butta' fuori, lei non è manco la professoressa mia...».
«E dov'è la tua insegnante?».
«Boh? Starà fuori a fuma'.»
Quando Ester la raggiunse, seguita dal ragazzo con le spalle infossate e le mani in tasca, la professoressa stava giusto spegnendo il mozzicone calpestandolo sul marciapiede con la punta delle scarpe a tacco alto. Era una donna di mezza età con i capelli cotonati, un'acconciatura d'altri tempi. Gli occhiali le ingrandivano sproporzionatamente gli occhi conferendole un'espressione un po' spiritata.
«Bertazzoli, cos'hai combinato questa volta?» esordì puntando le sue lenti spesse prima su Ester poi sul ragazzo.
«Niente, prof» le rispose lui alzando le spalle. Ester intervenne decisa: «Si è messo a fare stupide battute di spirito disturbando gli altri durante la proiezione del documentario.»
«Prof, e mica ero l'unico a fa' un po' de casino» ribatté il ragazzo con l'aria di chi sta per subire un'ingiustizia.
«Un po' di casino? Possibile che, davanti al racconto di una tragedia come la Shoah, l'unica cosa che vi viene in mente è di fare un po' di casino? Ma cosa avete in testa? E nel cuore? Possibile che...»
Di colpo l'insegnante cotonata interruppe con voce arrochita la sua appassionata invettiva, rivolgendosi al ragazzo e ignorandola completamente. «Bertazzoli, non sarai stato l'unico a fare casino, ma a quanto pare sei stato l'unico a farsi pizzicare.» A sottolineare l'ultima frase rivolse un'occhiata rapida verso Ester e poi riprese con un tono annoiato e leggermente sarcastico. «Per ciò, caro Bertazzoli, adesso ti becchi un bel due sul registro.» «Ma prof, siamo al cinema, mica in classe» tentò di giustificarsi il ragazzo. «Niente ma, Bertazzoli. Ora fai dietrofront. Avanti marsh. Te ne torni in sala dagli altri e niente più casino, che mi sono stufata di dovervi stare sempre dietro pure se vi porto a vedere un film.»
Bertazzoli se ne andò mugugnando qualcosa tra i denti. Ester lo guardò allontanarsi con le mani ancora più sprofondate nelle tasche. Talmente sprofondate che i jeans, già bassi di cavallo, mettevano in mostra l'elastico e una bella porzione di mutande, naturalmente firmate. Un marchio che Ester non riuscì a leggere ma che certamente doveva essere di gran moda. Prima di scomparire nell'ingresso del cinema, come ultimo gesto di protesta il ragazzo sferrò un calcio al palo metallico di un divieto di sosta collocato al bordo del marciapiede. Un rumore di ferraglia fece da colonna sonora alla sua uscita di scena.
«Uffa, nemmeno quando li porti al cinema ti lasciano un po' in pace.» Da dietro le lenti, gli occhioni della cotonata cercavano complicità in quelli di Ester. Ma assunsero un'espressione tra lo stupito e il deluso quando lei rispose: «Cinema? È un documentario sulla Shoah. E oggi è la Giornata della memoria. Dobbiamo seguirli, questi ragazzi, perché sappiano, perché capiscano cos'è stato il nazismo. Perché crescano con il valore...»
«Sì, sì...» la interruppe l'altra. «Però, via, sono ancora quasi bambini. E poi diciamocelo, tutta questa enfasi sull'Olocausto... Certo, è stata una cosa terribile, però, insomma, ne è passato di tempo, i ragazzi oggi hanno altri interessi. Anche se non saprei proprio quali» concluse ridacchiando per rinnovare la sua disattesa richiesta di complicità.
«Ma sta a noi risvegliare i loro interessi, offrirgli gli strumenti per...» insistette Ester, ma l'altra si era già distratta e frugava concitatamente nella borsetta in cerca di qualcosa.
«Accidenti, ci tengo sempre di tutto e poi non riesco a trovare quello che mi serve... Scusa, eh. Ah, eccole!» La cotonata porse a Ester un pacchetto di sigarette: «Vuoi?».
«No, grazie, non fumo.»
«Buon per te, io invece ho questo brutto vizio e se non approfitto ora che i ragazzi sono al cinema...» Si accese la sigaretta, aspirò voluttuosamente due o tre boccate con lo sguardo perso nel vuoto, poi parve atterrare e si rivolse a Ester come se davvero fosse tornata da un viaggio nel tempo: «Dicevi?». «Stavamo parlando dei ragazzi, del documentario sulla Shoah...» «Ah, già certo, certo... Però non ci siamo nemmeno presentate, scusami.» Le porse la mano libera dalla sigaretta.
«Sono Iside Carlesi e insegno storia e geografia alla media Sandro Pertini». «Piacere, Ester...» Non ebbe il tempo di terminare la frase che l'altra, imprimendo più forza nella stretta di mano, quasi volesse trasformarla in una presa inestricabile, ripeté: «Ester». Da dietro le lenti gli occhioni guizzarono come colti da una folgorante illuminazione. «Ester. Scusami, ora ho capito...» continuò senza accennare a mollare la mano.
«Sei ebrea, è per questo che...»
Ester liberò la mano con uno scatto di insofferenza.
«No, non sono ebrea.»
«Ma Ester è un nome ebreo» insisté la cotonata, che a quanto pareva non voleva saperne di darsi per vinta, certa com'era di aver trovato la giusta chiave di interpretazione della passione della collega per la Shoah. «Ok, se io sono ebrea tu sei egiziana.»
«Io egiziana? Ma che c'entra, scusa?»
«Be', Iside è il nome di una dea egizia. Quella della fertilità, per la precisione» infierì Ester.
La cotonata accusò il colpo ma non si arrese. «Vabbè... Scusa se te lo chiedo, ma perché ti hanno dato questo nome, allora?» le domandò un po' stizzita, sospettando che l'altra la stesse prendendo in giro. Ester decise di risponderle,anche perché voleva dare un taglio a una discussione chestava diventando decisamente fastidiosa.
«Ester era il nome di mia nonna. Per questo me l'hanno dato.»


"Storia di una professoressa" di Vauro Senesi
[Edizioni Piemme] In libreria dal 12 novembre 2013